La carta, volano dell’informazione digitale

Da editore digitale ho spesso occasione di discutere delle tematiche riguardanti il modello di impresa che da qualche anno a questa parte ho deciso di seguire. Se da una parte, con Edizioni di Karta, ho l’opportunità di dedicarmi alla pubblicazione di narrativa, sin dal gennaio 2011 seguo da vicino la vita di un magazine digitale chiamato How Cool.

E proprio in riferimento a quest’ultimo, una fra le domande che spesso mi si rivolge riguarda le difficoltà che un magazine digitale incontra nella quotidiana gestione delle proprie attività.

L’informazione è attualmente caratterizzata da un moto centripeto che la proietta in maniera prepotente verso l’individuo e che coinvolge in maniera indistinta il creatore del contenuto – giornalista o meno – e il fruitore dello stesso. Nell’era del web sociale il giornalismo svolge la sua funzione nel momento in cui chi possiede quell’informazione è in grado di connettersi, e solo successivamente trasferirla, a chi la ricerca.

Interessante è la puntuale analisi di Lewis DVorkin, che in un articolo di qualche tempo fa, mostrava le mutazioni che il linguaggio e le regole che moderano il giornalismo hanno subito, travalicando l’aurea consuetudine delle 5W che da sempre ha contraddistinto il modello informativo anglosassone. E mentre alcune di queste mutazioni sono state correttamente interpretate da giganti dell’informazione quali Forbes o il New York Times, che dalla crisi della carta stampata sono riusciti ad uscire reinventando linguaggi, rapporto con le tecnologie, relazione con i lettori, lo stesso non si può dire del comparto magazine e più in generale dell’informazione in Italia.

Se infatti è vera la fuga dei lettori Italiani da periodici e quotidiani cartacei – come certificato dall’Audipress – non pare prospettarsi all’orizzonte un cambio di rotta rispetto alle modalità di approccio che un lettore digitale ricerca. Insomma, cambia la lingua ma la stampa nostrana non sembra capirne i lemmi.

Risulta quindi evidente che i problemi che si riscontrano nell’affrontare un business legato all’informazione digitale siano da rintracciare in alcune ambiguità che riguardano tanto l’informazione tradizionale quanto la cugina digitale. Nel tentare di dipanare questa matassa aggrovigliata è opportuno dividerne i capi, identificando da una parte le testate digitali che nascono dal cartaceo e dall’altra le iniziative che, come How Cool, possiamo definire native digitali.

Stando ai dati Audiweb nella prima categoria si rintracciano i principali siti di informazione per numero di utenti unici giornalieri. Questi ultimi lamentano bassi ricavi della pubblicità sul web rispetto alla controparte cartacea. Benché infatti i primi siano in crescita costante ormai da diverso tempo, è altrettanto vero che la differenza riscontrabile dalle testate in termini di fatturato sia ancora abissale. A questo si deve aggiungere che le dinamiche pubblicitarie sul web seguono logiche diverse rispetto alla controparte cartacea, contribuendo alla diffusa idea che la prima “cannibalizzi” la seconda, frenando l’impulso a investire sulle testate online.

Consideriamo poi che le strutture organizzative e finanziarie nate per affrontare il mercato del cartaceo trovano seri problemi nell’adattarsi alle esigenze del web, problemi accentuati da un management culturalmente distante dall’universo digitale e tendenzialmente restio ad affrontare cambiamenti traumatici.

Se infine buttiamo un occhio a quanto accade nelle nuove realtà editoriali, quelle che nel digitale devono credere per forza, ci si accorge che il primo fra i problemi con i quali queste si scontrano è individuabile nella sottocapitalizzazione. Partendo dalla stima per cui quasi l’80% degli investimenti pubblicitari nel web in Italia passa attraverso una decina di centri media, si sottolinea la necessità di sviluppare un numero di lettori e di pagine viste elevatissimo, per ottenere i quali occorrono investimenti importanti tesi a coprire i costi derivanti dalla realizzazione di un prodotto di qualità. I capitali necessari per realizzare questi risultati in termini di visibilità sono spesso fuori dalla portata dei piccoli editori. Spesso, inoltre, al dispendio di energie dedicate a questo scopo non corrisponde la consapevolezza che ogni prodotto editoriale deve rispondere in concreto – oggi più che ieri – a specifiche esigenze dei lettori.

Ma ciò che, a mio avviso, maggiormente inficia il lavoro delle testate online è la sottovalutazione delle logiche del web sociale, soppiantate erroneamente da una tendenza all’emulazione di prodotti editoriali maggiori e già affermati. Quest’atteggiamento relega i progetti che nascono in ambito digitale a posizioni di mercato marginali, uccidendo sul nascere l’entusiasmo di tanti giovani.

Si è ormai compreso che i periodici tradizionali si devono evolvere, rispettando le dinamiche del social-web e puntando a divenire realtà multipiattaforma, con espressioni diverse ma integrate. Così facendo la carta sarà in grado di tirare la volata al web garantendo inoltre un ampio spazio di successo a tutte quelle iniziative capaci di coniugare nuovi linguaggi del giornalismo e nuovi format digitali ricostruendo con intelligenza il rapporto con i lettori.

Il mio auspicio è che How Cool riesca in questa strada, proseguendo il connubio fra passione e qualità che ne ha contraddistinto i primi due anni di vita.

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