Alessio Schreiber

Le conseguenze dell'ozio

I nuovi luoghi della democrazia

“Oggi siamo minacciati da un fenomeno chiamato Twitter”. Così Recep Tayyip Erdogan commentava poche ore fa gli accadimenti che stanno scuotendo la Repubblica di Turchia. Un movimento, inizialmente pacifico, nato dalla piccola mobilitazione di un pugno di cittadini contrari alla cementificazione del parco Gezi, e trasformatosi in breve tempo in un cocktail di sfida e proteste, foraggiato da un tam-tam propagatosi sui social network, e arrivato ad infiammare Istanbul, Ankara e altre 90 città. 

Una battaglia per la – laica – libertà di espressione che nasce attorno a una piazza, così come fu per l’Egiziana Piazza Tahrir, centro della social media revolution, come furono ribattezzati gli avvenimenti che conosciamo con l’epiteto di Primavera Araba. Oggi è #TaksimSquare il tag che ci proietta in quella piazza, e Twitter assurge a ruolo di abilitatore tecnologico di quell’Agorà Greca, simbolo – sbiadito ma universale – di democrazia e culla ideale della vita politica. E proprio nella giustapposizione fra le due diverse piazze, quella reale (come la Zuccotti Park a Manhattan) e quella virtuale (di #occupywallstreet), che siamo in grado di rintracciare quell’esplosiva domanda di democrazia. Un’ambivalenza però, capace di sottolineare profondi contrasti. Da una parte quella piazza, reale, tangibile, che nell’immaginario collettivo fu luogo di confronto, e che oggi rappresenta il teatro di cechi scontri. Dall’altra quei social media capaci di mobilitare, aggregare e diffondere informazioni e messaggi ma che rimangono tragicamente soggetti a barriere tecnologiche, economiche e politiche che ne limitano l’influenza. Negli anni recenti tuttavia si è fatto sempre più frequente l’accostamento fra questi ultimi e i più rilevanti accadimenti di politica internazionale. E con il crescere della popolarità di Facebook e Twitter, nascevano definizioni come “il candidato di Internet” (Obama durante le primarie democratiche del 2008), “la rivoluzione di Twitter” (la rivolta Iraniana del 2009), fino a giungere alla “social media revolution” di cui sopra.Ma davvero il Web 2.0, insieme con gli strumenti che questo sottende, sono in grado di generare una rivoluzione? Benito Mussolini, durante un celebre comizio, definì il cinema “l’arma più potente di tutte”. E sempre nel periodo fascista è rintracciabile l’impiego di un medium rivoluzionario per l’epoca, la radio, al fine di condizionare e manipolare l’opinione pubblica. Appare perciò evidente che i social network potrebbero essere insieme potenti strumenti di cambiamento, ma anche mezzi attraverso i quali promuovere il mantenimento dello status quo, e questo, in funzione di chi li controlla.

Certo è che #TaksimSquare diviene teatro della Kulturkampf di una Turchia che acquisisce sempre maggiore consapevolezza dei propri diritti e li reclama cinguettando su Twitter prima ancora che discuterli nei mercati, in famiglia, nei bazar.

Così come appare evidente che, dovunque vi sia una rivoluzione, si assiste alla volontà di un popolo di abbattere un potere e di ricostruirlo. Le rivoluzioni, tuttavia, non sempre conducono alla democrazia, e quanto per ora è accaduto in Egitto ne è la dimostrazione. Ciò di cui necessitano le rivoluzioni è «un sostegno», un’idea senza la quale il potere abbattuto si riformerebbe inevitabilmente.

E sta in quell’idea la discriminante capace di annullare lo spazio fra l’Agorà e i Social Network. La possibilità di percorrere i fiumi della passione civile e di vederli sfociare in mature democrazie.

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