Alessio Schreiber

Le conseguenze dell'ozio

Di immigrazione e salari

Sin dai tempi della rivoluzione industriale, quando cioè le migrazioni iniziarono ad assumere rilevanza crescente, ci si domanda se l’immigrazione sia un fenomeno da leggere positivamente o negativamente. Le prime conclusioni in questo senso non prospettavano un esito felice. Nel 1911 infatti, negli Stati Uniti tale dibattito si animò notevolmente quando la Commissione sull’Immigrazione concluse che i fenomeni migratori dall’estero avevano effetti negativi sul mercato del lavoro contribuendo a peggiorare le condizioni lavorative.Poco più di un secolo è passato da allora eppure l’idea semplicistica che gli extracomunitari ci portino via il lavoro permane, nei ragionamenti dei più, come un gravoso problema. Da quel 1911 gli effetti delle migrazioni sul sistema economico del paese di destinazione sono stati analizzati in letteratura economica con riferimento a diverse tematiche e a diverse aree geografiche.

Ultima fra queste analisi è probabilmente quella riproposta in questo interessante post di Matt Yglesias, giornalista economico e blogger politico, riguardante uno studio che ha messo in relazione i fenomeni di immigrazione e l’andamento dei salari medi monitorati in Danimarca.

La dettagliata ricerca condotta da Mette Foget e dall’italiano Giovanni Peri, economista del lavoro dell’università della California, segue una loro ricerca analoga pubblicata nel 2011 e focalizzata sullo stato della California. Ambedue le ricerche dimostrano che l’aumento degli immigrati non ha gravato sullo sviluppo dell’occupazione tra i lavoratori nativi. Nelle conclusioni delle ricerche si evidenzia come gli ambiti occupazionali degli immigrati siano differenti rispetto a quelli dei lavoratori nativi.

Da subito è apparso chiaro come il numero crescente di immigrati extracomunitari abbia spinto i lavoratori locali verso una professionalizzazione maggiore.

L’immigrazione ha sì aumentato la mobilità dei lavoratori Danesi verso nuove aziende e comuni, ma non ha diminuito le loro possibilità di impiego.

Si è inoltre verificato come, nelle aree di maggiore compresenza di immigrati e lavoratori nativi, questi ultimi abbiano visto il loro reddito crescere rapidamente e stabilmente in funzione dell’acquisizione di una formazione e di competenze sempre più qualificanti. Un fenomeno che descrive i lavoratori immigrati non come “sostitutivi” dei nativi ma “complementari” perché inseriti in aree lavorative differenti. Cosa significa?

La teoria economica concorda nel definire competitivo (o sostitutivo) il ruolo degli immigrati se il loro effetto sull’occupazione e sui salari dei lavoratori nazionali è negativo. Viceversa, se l’impatto è positivo, viene assegnato loro un ruolo di complementarità.

Un peccato che, con riferimento al nostro paese, lavori di questo tipo siano pressoché inesistenti. Quei pochi presenti costituiscono una terza via rispetto alle due posizioni tradizionali sopra indicate e sottolineano come il ruolo degli immigrati nel mercato del lavoro è legato alla struttura economica delle aree di arrivo: nelle regioni in cui prevale l’occupazione regolare gli immigrati sono per lo più occupati regolarmente. Dove invece prevale l’occupazione irregolare, essi lavorano per lo più in modo irregolare.

L’attenzione rivolta, in Italia, al lavoro irregolare degli stranieri è dovuta all’esistenza nel nostro paese di una consistente parte dell’economia che è sommersa dove gli immigrati trovano spesso lavoro.

Gli immigrati clandestini lavorano nell’economia sommersa e contribuiscono alla sua espansione aggravando i problemi connessi alla sua stessa esistenza. L’aumento dell’offerta di lavoro reso possibile dall’immigrazione è un elemento che rende conveniente, per le imprese, lo spostamento di risorse produttive dall’economia ufficiale all’economia sommersa. In buona sostanza l’effetto competitivo degli stranieri non viene esercitato direttamente ma in una certa misura viene esercitato indirettamente perché l’aumento dell’offerta di lavoro provoca uno spostamento di capitale dal settore ufficiale a quello non ufficiale.

Tutto questo è la conferma del fatto che, in Italia, il problema è rappresentato da una situazione di concorrenza indiretta in un mercato del lavoro segmentato, dove la segmentazione viene esemplificata nella dicotomia tra mercato ufficiale e non ufficiale. Quest’ultimo alimentato fin troppo dalla nostra ingordigia, da politiche pubbliche sciocche, e da una generale scarsità di intelligenza.

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