Che lavoro fai?

Capita che qui a Berlino arriva un amico, un caro amico che non vedevo ormai da qualche anno. Decidiamo di incontrarci poco distante da casa mia per poi mangiare qualcosa insieme (per gli stalker che se lo chiedono, siamo stati al Weltrestaurant Markthalle). La cena scorre tranquilla, qualche Weißbier accompagna il riepilogo degli avvenimenti che hanno caratterizzato le reciproche vite negli anni appena trascorsi finché lui non arriva alla domanda: «Ma di preciso, che lavoro fai?»

Si tratta di una domanda ovvia nell’economia di una chiacchierata fra vecchi amici, persino scontata; sennon fosse per la curiosità piacevolmente assillante che ha sempre contraddistinto l’amico in questione.
Convinto di cavarmela con poco parto così: «Beh, negli ultimi due anni ho costituito o contribuito a fondare due piccole aziende. Una casa editrice e, recentemente un’azienda che produce tè».
Lui mi guarda; è sospettoso ed evidentemente non soddisfatto. Mi ricorda un po’ mia madre e quel senso di estraneità che ne caratterizzava l’espressione ogni volta che si toccava l’argomento ed io, con nonchalance dicevo: «Sono un imprenditore».

Ho capito di non esserlo, un imprenditore, quando ho scoperto che saper spiegare di cosa ti occupi è più rilevante dell’occupartene. E all’amico di cui sopra, devo parte di questa scoperta.

Fatto sta che, interessato dalla mia esitazione, lui parte alla carica con una sfilza di domande dettagliatissime sull’attività che svolgo, in qualità di CEO, per la casa editrice Rotfuchs. Domanda dopo domanda ne viene fuori un quadro sufficiente a placarne la curiosità ma, sopratutto, ne salta fuori un pessimo ritratto dell’editoria.

Ho pensato allora alla proposta di Massimo Spiga (che di Rotfuchs è il cazzutissimo Direttore Editoriale) di organizzare una serie di post al fine di far luce su alcune delle ombre spesso proiettate sul lavoro editoriale. L’idea, con qualche forzatura, è che si possa contribuire allo sviluppo di un dibattito costruttivo sullo stato dell’editoria con il proposito ultimo di elaborare un white paper contenente le best practice (parlo così perché sono un figo) di volta in volta definite durante il nostro impiego per la casa editrice. Una sorta di wiki con istruzioni dettagliate dedicate al mondo editoriale.

Ma visto che ci sono, e nel tentativo di togliere ogni dubbio – tanto ai miei amici quanto a mia madre – rispetto alla natura del mio lavoro, userò questo nuovo spazio per analizzare, discutere e raccontare anche di argomenti collaterali la mia attività.
Lo spirito sarà sempre quello di alimentare la discussione relativamente a temi a me cari quali la cultura d’impresa, l’innovazione sociale e la sostenibilità economica.

Penso agli anni in cui conobbi il mio amico. Ero un diciassettenne taciturno e pieno di se che passava ore a scrivere rifugiandosi spesso in un atteggiamento assai introverso. Con il tempo, complice certamente la natura del mio lavoro, sono profondamente cambiato. Scrivo pochissimo, parlo allo sfinimento e sono incredibilmente pieno di me. Detesto la sintesi e scrivere mi spazientisce terribilmente. Ecco perché vista la decisione – non troppo spontanea – di aprire sto blog mi aspetto, non solo di buttarci giù i cazzi miei e i retroscena del mio lavoro, ma anche di metter su un piccolo laboratorio; uno spazio di confronto aperto e di condivisione che sfoci, entro i prossimi 365 giorni, in una nuova e sfrigolante idea imprenditoriale.

Non sarò capace di spiegarlo, ma amo fare il mio lavoro.
Qualsiasi esso sia.

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