Le conseguenze dell’ozio

In questa bella intervista, originariamente pubblicata su Le Monde-Dimanche il 16 settembre 1979 e ripresa qualche giorno fa da Doppiozero, Roland Barthes racconta la pigrizia e a questo proposito si domanda se esista, fra gli occidentali contemporanei, il ‘non far nulla’, o se la pigrizia non consista invece nello spezzare il tempo il più spesso possibile; nel diversificarlo. Una pigrizia ‘subita’ che si esprime in una diversione e nella ripetizione delle diversioni: farsi un caffè, prendere un bicchier d’acqua e così via. Escamotage attraverso i quali spezziamo il tempo nel tentativo – riuscito solo a volte – di ribadire la nostra volontà d’esserci ma ‘non decidere’.

Buona parte della natura e del valore del mio lavoro è misurabile sulla scala delle decisioni che, di volta in volta, sono tenuto a prendere. E non potendo considerare il processo decisionale come un’attività pigra – perché carico del retaggio culturale derivante dalle economie basate sulla produzione industriale per cui tutto deve essere fatto in vista di qualcos’altro e non come fine a se stesso – non deve stupire se è proprio nel sospendere questa aspettativa che io definisco la mia pigrizia.

E, probabilmente, devo alla mia educazione atea e quindi priva dell’insistente retorica dell’ora et labora rintracciabile in buona parte della tradizione filosofica cristiana, la mia visione ‘classica’ dell’otium, da intendersi come il momento da dedicare allo studio e alla cura della mente e dello spirito.

Virginia Woolf affermava: «nell’ozio viene a galla la verità sommersa». Perché oziare non significa non pensare. Significa invece ribadire il proprio diritto all’esserci, al non essere esclusi. Presupposti dai quali si sviluppano ‘Le conseguenze dell’ozio’ (tagline che ho voluto attribuire a questo blog) rintracciabili nella libertà di non decidere, di abbandonarsi all’ideale stoico dell’apatìa, a quel dominio sulle passioni che spiana un percorso libero da sentimenti e condotto sotto il segno di una razionalità che non muove ne determina nulla.

Sono abbastanza sicuro che per chiunque debba professionalmente convivere con il peso delle proprie decisioni la vera pigrizia si compia con l’inconsistenza.

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