Alessio Schreiber

Le conseguenze dell'ozio

Ripensare un progetto editoriale: Produzione

Con più 60 milioni di utenti attivi al mese, Candy Crash Saga, puzzle game sviluppato da King.com, rappresenta ad oggi il più popolare passatempo fra gli utenti di smartphone e tablet.
Può sembrare una forzatura, ma è un dato che non si può non tenere in considerazione se si lavora oggi in ambito editoriale e, in particolare, se si producono libri di narrativa. Una considerazione radicata nel fatto che i principali momenti di fruizione di un libro sono rintracciabili nel nostro tempo libero.
In buona sostanza, un editore non può limitarsi a considerare come proprio naturale competitor solamente chi produce libri simili. Deve invece aver chiaro che il contesto nel quale opera ha sviluppato una concorrenza rintracciabile in chiunque sia in grado di fornire contenuti di intrattenimento nelle più svariate forme. Dalle serie TV al fumetto, dai videogiochi alle app passando per blog e social network; questi ultimi sempre più orientati verso la produzione di contenuti originali.Sviluppare un progetto editoriale indipendente e sufficientemente agile da potersi ritagliare il corretto spazio all’interno di uno scenario così variegato significa dover rivalutare interamente i concetti di ProduzioneDiffusioneAccessibilità e Sostenibilità.

Per via della complessità e della rilevanza che ciascuno dei quattro punti sopra citati riveste nella pianificazione del lavoro che sta dietro Rotfuchs ho deciso di affrontarli in post diversi che pubblicherò pian piano nei prossimi giorni.

La Produzione

Qui sopra ho riportato quello che è lo scenario competitivo che un qualsiasi produttore di contenuti culturali deve affrontare nel quotidiano svolgersi della propria attività lavorativa. E a partire dalle indicazioni sopra descritte, appare evidente che un libro rintraccia nella definizione di long-form il principale elemento di differenziazione.

Ci siamo abituati un po’ tutti a quella narrazione che vede il tempo che dedichiamo alle attività ricreative sempre più contratto, spezzato, parcellizzato. E non sono pochi gli editori che hanno deciso, carichi di quest’immagine, di cavalcare l’onda del less-is-more, producendo contenuti più brevi e in tempi sempre più stretti. Una scelta che, personalmente, non condivido.

Il mercato del lavoro nel mondo occidentale – e nel vecchio continente in particolare – sta vivendo importanti cambiamenti. La sua vecchia organizzazione, basata sulla specializzazione dei lavoratori secondo il modello Taylorista, è stata sostanzialmente sostituita da un nuovo paradigma, caratterizzato invece dalla presenza di lavoratori con maggiore autonomia.

L’incedere di questo cambiamento ha prodotto rilevantissimi riflessi sul nostro concetto di tempo libero. Abbandonata l’etica calvinista che proponeva il lavoro come mezzo per sconfiggere l’ozio, ci si è spostati verso un’interpretazione del tempo libero come il tempo che l’individuo impiega in attività ritenute piacevoli, piegandolo però allo spettro del consumo del reddito e creando la sinistra equazione per cui minore è il reddito a disposizione, meno – anche in termini di ore – saranno le attività piacevoli alle quali ci si potrà dedicare.

Ambedue le posizioni oggi sono state soppiantate dalla considerazione del tempo libero come di uno stato che pervade ognuna delle nostre attività individuali e che viene interamente percepito ogniqualvolta ci si trovi in una situazione di ottimale interazione con l’ambiente circostante.

Oggi lo status di tempo libero risiede nell’individuo, non più nell’attività. Un cambio paradigmatico che premia i concetti di libertà di scelta e di motivazione intrinseca che porta all’azione.

Nella produzione di un contenuto culturale che – per la natura del mercato di riferimento – compete con altri le quali specificità variano in maniera sempre più rilevante, la motivazione alla fruizione dei nostri volumi risiede nelle loro caratteristiche uniche – il formato lungo e i tempi di fruizione dilatati. Per quanto riguarda invece la libertà di scelta; la si conquista, semplicemente, con un lavoro editoriale di qualità e distante dalle approssimazioni tipiche dei competitor più vicini – i blog ne sono un esempio.

Ancora una volta, i mutamenti che caratterizzano la società del consumo – che nello spostarsi dal modello basato sul targeta quello basato sull’user, premia le caratteristiche individuali – assumono un ruolo centrale. In questo senso, riconoscere che i fruitori dei nostri contenuti non sono un insieme di utenti dai gusti simili è un tentativo ovvio di assecondare il mercato. Ma deve essere altrettanto chiaro che trattare i nostri lettori come Individui è invece un nostro esplicito impegno politico.

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